Le origini del coltello sardo – Prima parte

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Le origini del coltello sardo – Prima parte

La definizione che deve essere data al coltello è quella di utensile da taglio.
I primi utensili utilizzati venivano ottenuti lavorando prevalentemente schegge/scaglie di Selce e Ossidiana o comunque materiali di elevata durezza. Le forme erano quelle consentite dalla lavorazione del materiale e, le varie forme ottenute, venivano adattate all’uso più idoneo: le schegge a punta venivano utilizzate per le lance, le parti penetranti e i pezzi con una superficie tagliente venivano utilizzate per scuoiare e tagliare la carne degli animali uccisi.

Alcune riproduzioni di coltelli in ossidiana realizzate da Giuseppe Cabras di Monastir


La possibilità di nutrirsi di carne fresca ha determinato nell’uomo la crescita e lo sviluppo del cervello, che ha coinciso con l’uso degli utensili da taglio per sopraffare e dominare altri gruppi, quello che da pochi secoli viene definito “uso improprio dell’utensile”.
L’utilizzo del bronzo e del ferro offrirono maggiore varietà nelle forme, nella funzionalità e nella destinazione d’uso: abbiamo spade, pugnali per uso quotidiano, per attaccare e/o difendersi e per operazioni di culto religioso.
In questa fase viene ampliata la funzione dell’utensile da taglio che, realizzato anche con materiali nobili, viene destinato a simbolo di potere.
Le spade dei Faraoni fino ai Signori del tardo medioevo svolgevano una funzione di potere e raramente venivano utilizzate per combattere.

Il pugnale del Faraone Tutankhamon


Gli utensili da taglio come prolungamento e rafforzamento della mano o come simbolo di potere da mostrare ed ostentare, si possono vedere nelle rappresentazioni dei Signori in Sardegna dove alla cintola non manca “ sa Leppa” , che sostituisce la spada utilizzata in altre regioni.

Antiche leppe sarde, foto di Antonio Lentini


A cavallo tra settecento e ottocento furono emanate diverse disposizioni di legge, le prime dallo Stato della Chiesa e di seguito dall’Impero napoleonico che, volendo diminuire le quasi quotidiane uccisioni, proibirono la portabilità del coltello. I musei di tutta Europa conservano un numero enorme di coltelli a manico fisso, sequestrati proprio in forza di queste leggi. La difficoltà di portare fuori dalle botteghe, dalla casa e dal luogo di lavoro l’oggetto che era un vero “compagno di vita” costrinsero gli artigiani ad inventarsi una soluzione. In questo periodo, siamo nei primi decenni dell’ottocento, nasce il coltello chiudibile, nel quale la lama trova alloggio nella parte resa cava del manico: in questo modo la grandezza viene dimezzata, rendendone possibile l’occultamento. Il manico di questi coltelli veniva ottenuto da un corpo unico o da due pezzi che venivano uniti da ribattini. I materiali utilizzati erano i più variegati e comunque si prediligeva l’utilizzo di quelli disponibili in prossimità del luogo di produzione.

Giacinto Canalis, antica pattadese del 1910, foto di Antonio Lentini


Le attività lavorative come la pastorizia, l’attività mineraria, l’agricoltura e le attività di trasformazione portarono i produttori di coltelli a diversificarne le tipologie, adattandole il più possibile all’attività da svolgere sul luogo di lavoro. Nei luoghi in cui la caccia era l’ attività prevalente si utilizzava il coltello a punta o stiletto o il coltello da scuoio, mentre il coltello a lama tronca o Mozzetta erano fondamentali per la lavorazione del sughero, ed ancora i Passacorda erano indispensabili per i lavoratori di pelli o finimenti per i cavalli.
Tutti i paesi potevano vantare artigiani del ferro in grado di costruire anche dei coltelli, i quali venivano realizzati sempre su ordinazione e da persone del luogo. In Sardegna, nonostante non esistesse una vera commercializzazione, molti paesi si erano specializzati nella realizzazione di un coltello tipico e simile: la Pattadesa, la Lussurgesa e la Dorgalese sono tutte espressioni riconducibili allo stesso coltello a punta.

Una moderna pattadese del Maestro Nino Morittu, foto di Antonio Lentini

 

Fine prima parte

di Silvano Usai

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