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Le origini del coltello sardo – Conclusioni

Mostra del coltello a Dorgali

Tra le mostre più importanti dedicate al coltello occorre citare quelle di Milano, Lugano, Parigi Monaco e Thiers in Europa; gli Stati Uniti presentano un vasto mercato che andrebbe analizzato a parte. In Sardegna dopo le prime mostre organizzate dal comune di Guspini, visitata da circa 10.000 persone, vi è stato un fiorire di iniziative; Pattada, Sarroch, Calangianus Carbonia e diverse altre. Il fermento determinato dalle mostre ha in effetti ampliato il numero di operatori presenti rendendo possibile lo scambio di esperienze, la commercializzazione di manufatti e di materiali, il confronto sulle soluzioni tecniche e sulle proprietà dei materiali utilizzati.
Nell’ultimo ventennio pertanto le cose sono profondamente cambiate e si è quasi abbandonata la trasmissione verbale di padre in figlio che ha caratterizzato l’apprendimento del “Mestiere” tra le mura de Su Fraili e in casa, con metodologie di lavoro che venivano considerate segreti della famiglia. Attualmente si è invece sviluppata una vera e propria educazione e formazione tecnica degli artigiani produttori di coltelli, necessaria per entrare nel mercato del coltello. Si pensi che in questo periodo si è passati da 12 Partite IVA a circa 90. Tale fenomeno è stato ampiamente analizzato da Antonio Sassu, noto studioso di Economia che, in un suo libro, intravede buone possibilità di sviluppo del mercato locale.

Le mostre sono momenti di scambio culturale utilissime agli stessi coltellinai


Attualmente circa 500 costruttori operano nell’Isola, e stando così le cose risulta percorribile la strada diretta a consorziare alcuni di questi produttori per costituire società aziendali che intraprendano la strada della meccanizzazione.
Tale processo risulta fortemente ostacolato dal carattere di chiusura e personalizzazione presente nei sardi, che porta i costruttori a rifiutare il lavoro di gruppo e li rende restii ad associarsi. Il superamento di tali timori è però un passaggio epocale inevitabile e sicuramente utile per la nostra Regione. Si pensi alle utilità e ai vantaggi concreti che potrebbero derivarne: la costruzione del coltello potrebbe essere separata e suddivisa in tante fasi di lavorazione e ogni fase potrebbe essere assegnata a piccole società. Queste dovrebbero utilizzare nuove tecnologie (taglio con il Laser, arrotatura e sagomatura con centri di lavoro a controllo numerico, trattamenti termici a mezzo di azoto liquido) con evidenti vantaggi per la produzione isolana. Sinnai a suo tempo affrontò il problema della formazione relativamente al cestino, realizzando il Centro Pilota e affrontando le problematiche sulla semi meccanizzazione e commercializzazione del manufatto.

Le resistenze da parte degli operatori e anche di taluni amministratori hanno bloccato sul nascere questa strada. È un peccato che ciò sia avvenuto perché il ruolo degli amministratori dovrebbe essere quello di programmare e guidare un processo di cambiamento e rinnovamento che però può essere realizzato solo da persone in grado di gestire il presente guardando verso il futuro. Il Centro Pilota sarà probabilmente destinato a Museo del Cestino e non a luogo di formazione e produzione; la memoria verrà salvaguardata ma il progetto è stato caratterizzato da un profondo insuccesso.
Sarebbe opportuno iniziare ad affrontare i problemi relativi alla produzione del coltello in forma semi e/o meccanizzata così come è avvenuto a Sinnai evitando però di commettere gli stessi errori. Ovviamente affrontare l’argomento come è stato fatto per il cestino risulterebbe un fallimento, ma occorre fare tesoro di quella esperienza proprio per evitare di ripetere gli stessi errori. Una strada da seguire potrebbe essere quella di valorizzare la zona artigianale di Loceri attraverso l’organizzazione di corsi di formazione che consentano di trasmettere conoscenze e competenze, costruire una coscienza imprenditoriale non solo nei produttori ma soprattutto negli amministratori.

Di Silvano Usai

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