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Il collegamento del cane da caccia

Si ha un buon collegamento quando il cane tiene conto della posizione del cacciatore, evitando di cacciare da solo, operando insieme a lui, senza andare fuori mano, restando sempre vigile per cogliere ogni sua direttiva.
“A ME GLI OCCHI”

Una componente molto importante del collegamento e che personalmente ho sempre ricercato in un ausiliare è “la ricerca” del mio sguardo da parte del cane; chiaramente questo contatto visivo non va mantenuto costantemente durante l’azione di caccia, tanto meno quando l’animale tiene in ferma il selvatico (l’attenzione in quel momento deve essere rivolta alla selvaggina!), ma va cercato di tanto in tanto, come se il cane dovesse chiedere conferma al suo conduttore, riguardo un evento o un intenzione imminente.
Mi si potrebbe accusare di voler un cane insicuro “che non muova foglia che padron non voglia”, ma non è così: il cane da ferma deve essere audace, sicuro dei propri mezzi, e ricco di iniziativa per saper risolvere da sé  i vari inconvenienti in cui può incappare durante la caccia, ma non sta cacciando da solo e deve rendere conto al suo conduttore, e una ricerca di sguardi per verificare le intenzioni di quest’ultimo di tanto in tanto non può che giovare al lavoro da svolgere.
Non comunicano forse così i cani fra loro, quando hanno un fine in comune? Non si guardano forse fra loro come per accertarsi delle reciproche intenzioni per poi volgere lo sguardo verso l’obiettivo?
Ho visto tanti cani da caccia, che non guardano altro che “le nuvole”, lavorano praticamente autonomamente o, anche quando tengono conto del cacciatore non lo guardano mai in viso quasi per paura o scarso interesse (molti di questi cani non hanno rapporto con il loro proprietario se non nel momento in cui vengono fatti uscire dal box per andare a caccia o quando vengono nutriti; troppo spesso vedo cani del genere cacciare da soli facendo letteralmente impazzire di rabbia i loro sbraitanti partner umani). Non fa parte forse della bellezza del lavoro con il cane da ferma anche quel misterioso scambio di sguardi tra cane e conduttore, che durante un’azione di caccia vale più di mille parole e di mille strategie architettate poco prima a tavolino? Con questo non intendo che il cane da caccia debba lavorarmi tra i piedi (a quel punto la selvaggina me la cercherei da solo!), anche perché, lavorando con un inglese non avrei vita facile, ma è importante che ogni tanto il cane volga lo sguardo verso di me come a chiedere un mio parere, una sorta di : “Ehi! Sei d’accordo? ”
Lo stesso sguardo però potrà esser anche l’uomo a richiamarlo, con un cenno o uno schiocco di lingua, per poter attirare l’attenzione del cane, anche a distanza e potergli indicare i prossimi movimenti da fare.

LAVORARE IN SQUADRA

Il buon collegamento è anch’esso una dote in parte genetica e in parte migliorabile con l’esperienza; la coltivazione di tale dote trova radici sicure nella relazione tra cane e uomo, nella fiducia, e nella leadership che deve essere gestita dal conduttore, il quale dovrà essere una guida per il cucciolo per tutta la durata della convivenza: un cane che si fida del compagno umano, nonostante si allontani da questo per seguire i suoi istinti più atavici di predatore, non deve trascurarlo o dimenticarsi di lui, anzi: deve cercare la sua collaborazione per raggiungere il suo scopo: entrambi devono portare avanti un lavoro di squadra.

 

di Bernardino Deiana

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