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Oristanese, terra di acquatici

Robin Roverati con il suo kurzhaar

In valle… come i Faraoni: non è una asserzione campata in aria dato che è storicamente certificato che da diversi millenni A.C., sino alla fine dell’ultima dinastia i Faraoni d’Egitto (Dei in terra) prediligevano la caccia agli acquatici, come oche, anatre e aironi, come si può vedere dalle centinaia di riproduzioni riportate su papiri, vasellami e manufatti vari che li ritraggono a caccia sia tra i papiri che dalle barche.

Bene, so che ai più non è facile capire queste affermazioni dato che la vera caccia “in valle” è una caccia talmente specialistica e professionale che i veri esperti sono davvero pochi e solitamente figli d’arte.

In attesa dietro agli stampi

 

Molte sono le ragioni di ciò: il sacrificio che comporta, la sempre meno disponibilità di zone adatte, la scarsa propensione a specializzarsi e a studiare il tipo di caccia prediletto e, non ultimo, il vergognoso binomio cacciatore/sparatore.

In questa speciale branca dell’arte venatoria è fondamentale, ben prima dello sparo e dell’eventuale abbattimento del selvatico, l’amore e la conoscenza sia del particolare ambiente in cui deve essere praticata che della stupenda fauna con cui ci si deve trovare a contatto.

L’ambiente, che ai più può sembrare solo ostico e inospitale (acqua, vegetazione, insetti e clima), è in primis un ecosistema di una delicatezza e fragilità inimmaginabile, così come i suoi abitanti che sono sì veloci, scaltri e dotati di ottima vista, ma anche tanto vulnerabili alle “porcate” che l’uomo spesso infligge al loro habitat naturale che è rappresentato dalle zone umide.

Io figlio d’arte da tre generazioni ho ereditato questa splendida passione con due diverse “scuole”; una, da parte di padre, che deriva da Arborea che è d’origine Veneto/Romagnola e la seconda dal fratello maggiore, che era quella praticata ad Assemini / Elmas che è più propriamente nostrana.

Un bel riporto di Nanneddu

 

Nonostante la diversità tra le due scuole, entrambi mi hanno trasmesso l’amore, il rispetto e la conoscenza che ognuno aveva acquisito o ereditato e che permetteva loro di essere parte integrante di quell’ecosistema splendido.

Questa prefazione era necessaria per far comprendere il motivo per cui, in più di 43 anni che pratico questa caccia, dopo aver perso mio padre e mio fratello, l’ho quasi esclusivamente praticata solo coi miei Kurzhaar, fatta eccezione per pochi rari amici, tra cui ultimo l’anno scorso che risponde al nome di Marco Loi, ed è proprio della giornata trascorsa in sua compagnia che voglio raccontarvi.

Marco pur essendo una giovane conoscenza sotto tutti i profili ha riscosso subito la mia stima dato che riesce a miscelare in modo eccellente passione per la caccia con rispetto dell’ambiente e della fauna e la voglia di conoscere e rispettare le tradizioni di una cosi nobile arte me lo fa essere particolarmente gradito.

Il giorno stabilito all’orario prestabilito, le tre, ci siamo incontrati sulla SS131 e caricate sul mio G.Cherokee le sue “cose” ci siamo diretti nella zona da me prescelta e già ben conosciuta in provincia di Oristano.

La zona l’avevo visitata il giorno prima e in base alle condizioni dell’habitat e visto il periodo avevo con me gli stampi in plastica più adatti alla giornata e al tipo di anatre che intendevamo cacciare.

Un’alzavola

 

Dopo un’oretta circa il “gioco” o “tesa” era già in acqua disposta con i giusti criteri mentre Marco, all’asciutto, aveva quasi terminato di preparare un’adeguata posta che contenesse comodamente 2 cacciatori ed il fedele “Nanneddu”.

Gli stampi vanno disposti in base a criteri molto precisi: abbinamento di varie specie tipo le anatre bianche e quelle nere, la morfologia della zona umida, il vento, il sorgere del sole ed altre ancora. Per la posta avevo consigliato a Marco tre cose: posizione, tipo di vegetazione da impiegare e altezza con larghezza.

Terminati i preparativi mancava un’ora circa al momento cruciale della “volata”, che inizia circa con l’alba, tempo che abbiamo trascorso tra racconti, spiegazioni tecniche e chiarimenti sul perché delle mie scelte.

Ho spiegato i motivi della logistica che come ho già detto prima variano in base al periodo e alle specie che vorremmo cacciare, ho spiegato che in questa attività l’uso del semiautomatico è pressoché necessario dato che quel colpo in più spesso risulta più che utile.

Ho fatto notare al mio giovane amico che il mio usare un cl. 20 non era un vezzo ma una scelta ben ponderata e avvallata da molte buone ragioni del tipo: con le componenti moderne una munizione cl.20 con 28 gr. di pallini sortisce dei risultati che nulla hanno da invidiare ai 36 gr. di un cl.12 se si spara al momento e alla distanza giusta, ancora il minor rumore dello sparo in quell’ambiente è un altro grosso vantaggio cosi come il peso dell’arma e delle munizioni che dobbiamo trasportare e maneggiare in un ambiente non sempre facile e ultimo il fatto che avendo una grande velocità e penetrazione la munizione raggiunge egregi risultati anche con pallini di diametro inferiore a quelli necessari ad un cl. 12. Alè… ci siamo è già l’ora in cui, oltre ai canti e ai batter d’ali, si incominciano anche ad intravedere le “ombre” transitare e noi, pronti e tesi, attendiamo che i primi uccelli curino il “gioco” e che vengano a tiro bene entrando sugli stampi in faccia alla leggera brezza che soffia dalle nostre spalle.

Delle bellissime gru ci allietano la vista

 

I primi ad entrare sono alcuni Moriglioni che giunti sul gioco al mio “via” subiscono i colpi di Marco e miei lasciando tre esemplari abbattuti. Poco dopo, in diversi momenti, arriva il turno di Germani ed Alzavole con cui teniamo alta la bandiera di discreti tiratori e quella di ottimi cacciatori dato che, oltre ad averli fatti credere nel gioco, li abbiamo ben fatti girare sin ad averli ben a tiro.

Dalle 7,30 per circa un’oretta, sparita la brezza ed anche i selvatici fatta eccezione per qualche Folaga in lontananza, ne abbiamo approfittato per sgranchirci le gambe, fare una frugale merenda e commentare il nostro operato e quello di Nanneddu con annesse battute e sfottò reciproci.

Verso le 8,45 la brezza non solo è tornata ma si è rinforzata a vento teso sufficiente a farci buon gioco per tre volte con voletti di Fischioni che, nonostante la loro proverbiale diffidenza, son venuti bene sui nostri stampi facendo anche ala per buttarsi.

Anche in questa occasione ci siamo ben comportati: Marco col suo semiautomatico cl. 12 io col mio più “piccolo” cl. 20 “camo”. Tra le 10,30 e le 11,15 abbiamo avuto la “visita” di diversi Mestoloni sia singoli che in piccoli gruppi di 2/5 esemplari ma dopo i primi 5 abbattimenti, in comune accordo, abbiamo decretato la fine delle “ostilità”per tre buone ragioni: 1° la quota era raggiunta e superarla, oltre che illegale, non è nelle nostre abitudini. 2° un bel maschio di Fischione recuperato con l’ala ferita attendeva le mie cure per aggiungersi a quelli che già ho in voliera e 3° un buon ristorantino a poca distanza dalla nostra zona di caccia ci attendeva!

La disposizione degli stampi deve essere fatta a regola d’arte

 

Così, compiuta la raccolta di tutte le attrezzature e bonificato il sito da ogni nostra traccia ci siamo diretti con notevole appetito e ottimo umore al ristorantino in questione.

A tavola oltre che aver soddisfatto il nostro appetito abbiamo praticamente fatto un riassunto completo della nostra mattina di caccia scambiandoci emozioni, particolari e curiosità con aneddoti sempre farciti dei soliti “se…ma…però…” e di tutte quelle cose che si aggiungono alle già tante ragioni che fanno di questo tipo di caccia… una caccia da DEI!.

Con un affettuoso… in becco all’anatra vi saluta l’amico

Robin Roverati

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