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L’ultimo cervo

Mi trovavo comodamente adagiato di fronte al caminetto della casa di caccia dell’amico Vincenzo Carta, reduce da una bellissima mattinata di caccia alla beccaccia quando mi capitò fra le mani un interessante libro di Augusto Murgia stampato nel lontano ’64: “L’ultimo cervo”, una raccolta di 5 ricordi di caccia nella Sardegna del secondo dopoguerra, regalato a Vincenzo da un lettore romano di Ars Venandi. Conosciuto in tutta l’Isola per la formidabile raccolta di fotografie “Uomini e cacciatori di Sardegna”, Vincenzo è costantemente impegnato nella ricerca di testimonianze storiche sulla caccia, e la mole delle informazioni da lui raccolte offre spunto ad infinite riflessioni.

Cervo sardo appena abbattuto da un nobile piemontese. Ph. Vincenzo Carta

“L’ultimo cervo” racconta un periodo storico particolarmente difficile, durante il quale l’uomo cercava di risollevarsi dalla distruzione della guerra. Tutto all’epoca aveva un valore diverso da quello attuale e la carenza di risorse alimentari aveva comportato una vertiginosa diminuzione delle specie faunistiche presenti allo stato selvatico. Cervi, mufloni, daini e cinghiali cadevano sotto gli incessanti colpi dei cacciatori che in numero sempre maggiore praticavano la nobile arte venatoria per scopi alimentari e, svincolati da leggi e divieti, oltrepassavano il limite di una caccia ecosostenibile. Visto in termini economici, i cacciatori del secolo scorso prelevavano gli interessi intaccando il capitale. Proprio per questo motivo, attorno agli anni 70, il cervo e il muflone sfiorarono l’estinzione a causa di ripetuti e molteplici errori umani.

Nel primo racconto del libro si narra di una compagnia di caccia frettolosamente costituita per un unico fine: dare la caccia ad un cervo ricomparso in un’area nella quale era estinto da tempo.

“l’ultimo l’abbiamo ucciso nel ’38, Congera Piga ed io; esattamente quel giovedì…” Le tracce del cervo rilevate da Peppino Muggironi avevano generato all’interno della betola frequentata da cacciatori, esclamazioni di meraviglia pari solo a quelle che potevano suscitare in un covo di cercatori d’oro del Klondyke, l’annuncio della scoperta di un nuovo filone d’oro. La mattina della battuta di frodo comparvero nel luogo dell’appuntamento nove poste, tre battitori e un solo cane. “…Già, perché la voce di Turchineddu, uno spinoncino bastardo e rognoso, era così sottile che uno stelo di ferula l’avrebbe potuta nascondere!” Una caccia quindi da svolgere in perfetto silenzio per non destare sospetti nei Carabinieri.

“I battitori, fatti certi della voce del cagnetto convergono tutti sullo stesso punto e, unendo le loro grida in un formidabile urlio, tentano anche con lancio di sassi, di spaventare la bestia e indurla alla fuga… Ed ecco che un secco colpo di polvere bianca rintrona nell’aria, diffondendo nel bosco un sinistro eco di morte e nel cuore dei battitori la speranza di un buon bottino.

Ma Turchineddu, dopo aver taciuto per un po’, si riode dalla svolta di una collina e pare che la sua voce venga da una zona fuori battuta.
-“La bestia deve essere sgusciata da qualche sentiero sconosciuto a zio Antonio…” i battitori sono disorientati. Stanno già per dirigersi sul punto convenuto, quando rieccheggiano tre colpi precipitati di automatico.”

-“troppo svelto, idiota! –commenta Lorenzo, il capo battitore…-è andato ormai!…”
e le speranze di nuovo riaccese e ancora deluse, cadono definitivamente.
-“era l’ultima posta” –pensano…

ma un boato cupo e prolungato di polvere nera si ode in quel mentre a ridare a tutti la fiducia perduta. Non v’era dubbio: zio Loriga aveva chiuso la partita!

Mancò poco che i battitori si abbracciassero. In pochi minuti coprirono quei due chilometri che li divideva dalla posta del vecchio e, quando giunsero, buona parte dei cacciatori erano già convenuti.

Trovarono zio Antonio che fumava quella sua pipetta slabbrata di terra cotta, seduto su un sasso piatto. Al fianco, Turchineddu, ancora ansante, tentava, con la lingua e coi denti, di strapparsi una spina che gli si era conficcata in una zampetta. Cacciatore e cane non badavano più che tanto a quel bestione che giaceva riverso, le rame delle corna impigliate in una macchia fitta di ginepro”

Il cervo era nuovamente scomparso dai monti della Barbagia.
Uomini di campagna quelli descritti nel racconto, esperti e pratici cacciatori ma incredibilmente portati a reiterare errori già commessi in passato. Oggi il cervo ha bisogno della caccia, una caccia intelligente e moderna in linea con principi di tipo conservazionistico, che possa nuovamente regalare le profonde emozioni provate dai cacciatori del secolo scorso ma garantendo allo stesso tempo una giusta osmosi fra uomo e animale.

 

di Marco Loi

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