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La pernice sarda

Cari Amici, non è cosa da poco parlare di questo splendido selvatico che noi, a buon titolo, chiamiamo Sarda nonostante esista in tanti altri paesi quali ad esempio Marocco, Spagna, in alcune zone del continente sud Americano. In tutti questi naturalmente viene chiamata con nomi diversi, cosi come succede, per intenderci, per il nostro trampoliere dal nome di Cavaliere d’Italia.

Che si stia parlando di un selvatico di grandissimo pregio è indubbio dato che tutti i popoli come gli Etruschi, i Punici, i Romani ecc ecc (son troppi da elencare i….visitatori!!) hanno immortalato questo volatile con scritti e dipinti di ogni genere.

Si può affermare che da “sempre”, con giusto merito, è stato inserito tra i più ambiti trofei della Nobile Arte della Caccia.

Il selvatico in sé, a parte la bellezza della sua livrea e il grande pregio delle sue carni, non è certamente da considerarsi un selvatico molto difficile da catturare specialmente con l’aiuto di un buon ausiliare e usando un’arma e munizioni adeguate a questa caccia che, se fatta con i dovuti criteri, si può supporre che fare la “quota” sia una cosa alla portata di ogni appassionato.

Le note dolenti per la “nostra” Pernice sono principalmente tre:

1°) l’habitat adeguato a questa specie, che va dalla montagna alla pianura, ha subito, in negativo, enormi modifiche: roghi di migliaia di ettari di zone a lei gradite, il sistema agricolo delle nostre zone pianeggianti che, modificatosi nel corso degli anni, ha eliminato qualsivoglia forma di alimentazione e protezione necessarie alla nostra Pernice.

2°) La predazione è un ulteriore problema molto importante. Infatti, a parte qualche ottuso ambiental/animalista, tutti conoscono e valutano il danno che volpi, corvidi e cinghiali determinano, danno al quale occorre porre un argine il prima possibile! Pochi sanno e molti fan finta di non sapere che tra i peggiori nemici della specie vi sono anche la miriade di cani che vengono tenuti da allevatori in campagna e quasi sempre si nutrono per lo più della “caccia” che effettuano agendo sia singolarmente che in forma gregaria. A riguardo viene da domandarsi del perché si consenta di tener cosi tanti animali fuori controllo, mentre a un cacciatore che porta il cane in campagna rischia la contestazione di una sanzione per…disturbo della fauna. Analogo problema si manifesta per i gatti lasciati liberi di vagare in campagna.

3°)Il terzo ma non ultimo problema è rappresentato proprio da noi… da chi, affermando “se non lo faccio io lo fa un altro” non riescono o non vogliono rinunciare a sparare a una Pernice che si invola anche a mesi dopo la chiusura della stanziale compromettendo intere covate future. A queste persone vanno aggiunti i veri bracconieri che a caccia aperta o chiusa le sparano giorno e notte. Guardate che questi individui non sono ne “toghi” ne “balentes” ma soltanto personaggi che, oltre a causare gravi danni alla specie, commettono anche furto nei confronti dei CACCIATORI veri che per fortuna sono la grande maggioranza dei seguaci di Diana.


Ma cambiamo argomento. Parlando di caccia bisogna tener presente che la Pernice non è per sua natura un selvatico eccessivamente scaltro e diffidente dato, come tutti gli appartenenti a questa razza, se non disturbato, è abbastanza incline a tollerare la vicinanza del uomo, anzi non è raro vederle in giardini e orti per cibarsi o per fare il nido.

Questo ci fa capire che la ricerca di questa specie, al fine venatorio, obbliga il cacciatore a ricercarle nei posti più svariati. Strumenti necessari sono un buon ausiliare e la buona conoscenza delle abitudini basilari di questa specie. L’esperto si reca di buon ora nella zona ove sa che il volo ha passato la notte, attende l’alba per sentirle cantare e non incomincia mai la ricerca prima che la luce non sia sufficiente per ben vederne l’uscita e l’eventuale rimessa dato che, involarle prima di tale condizione, oltre che dimostrare scarsa conoscenza è spesso sinonimo di maleducazione venatoria.

Per l’ausiliare non abbiamo che l’imbarazzo della scelta, a seconda del tipo di terreno dove andremo a cercarle si potrà prediligere un galoppatore per le piane e zone poco cespugliate mentre, in alto e con vegetazione più rigogliosa, un trottatore sarà più indicato. In questa scelta è bene tener presente l’indole del selvatico che, specialmente quando è stato già disturbato, è poco propenso a rimanere sotto ferma e preferisce partire repentinamente o farlo dopo aver pedinato più o meno a lungo.

Questi fattori mi hanno insegnato che un sovrapposto leggero (io uso cl 20) è indicato anche per il fatto che solitamente, a seconda del terreno, è meglio usare due tipi di munizioni diverse sia per grossezza dei pallini che per l’apertura della rosata: in zona sporca, dove solitamente il tiro è più corto, un 9,5 in prima e un8,5 in seconda, entrambe con borra sono più che sufficienti. Invece in spazi più ampi e con selvatici già sparati si può variare tra 8,5 e 7,5 con contenitore.

Non necessitano dosaggi elevati dato che il selvatico non è molto resistente e con le ali piccole cade abbastanza facilmente per cui 32gr nel cl 12 e 28 nel cl 20 sono più che sufficienti e hanno la giusta velocità e penetrazione per questo tipo di selvatico.

Io prediligo il sovrapposto oltre che per ciò che ho appena detto, anche per la prontezza del tipo d’arma e anche perché cacciando le pernici nei dovuti modi, due colpi alla volta son sufficienti anche perché la rimessa va considerata come una delle azioni più belle della caccia alla pernice.

La lunghezza delle canne che solitamente non dovrebbe essere al di sopra dei 67 cm, per ciò che concerne la strozzatura è logico parlare solo nel caso si utilizzino cartucce con borra di sughero o iris (da 3dec la prima a 6dec la seconda) mentre, nel caso di cartucce con contenitore, la strozzatura oltre ad essere ininfluente a volte risulta pure dannosa ai fini balistici.

Un bravo cacciatore di pernici sa bene che, una volta recuperata, la preda abbattuta va “starnata” ovvero vuotata delle budella, operazione semplice anche per chi non ha l’apposito attrezzo che può essere rimpiazzato da un bastoncino dritto di 15 cm a cui si lascia all’inizio un moncherino di rametto da 1,5 cm tipo freccia senza una aletta che si introduce nel retto del selvatico per circa 10 cm.

Estraendolo delicatamente verranno fuori le budella, garantendoci in tal modo che la Pernice non prenda brutti odori, e possa trasformarsi in una squisita pietanza sulla nostra tavola.

Prima di salutarvi dandovi appuntamento al prossimo numero mi permetto di allegarvi una ricetta per gustarvi la splendida preda:

dopo averla spiumata e sventrata lasciatela frollare tre giorni in frigo poi mettetegli all’interno un pò di lardo con una foglia di salvia e rosolatela nel tegame con un poco di cipolla finemente tagliata e olio d’oliva. Dopo cinque minuti aggiungete cento gr di olive in salamoia e continuate la cottura con ½ bicchiere di vino bianco secco per altri 10/15 minuti poi aggiungete due bicchieri di acqua, sale a piacere e se le trovate 4 bacche di ginepro, coprite il tegame e a fuoco lento fate ritirare l’acqua sino a creare una salsa cremosa che servirà quando servirete il tutto su crostoni di pane tostati. Avete in fresco un rosato o un rosso non troppo pesante? Se la risposta è positiva non mi rimane che augurarvi….buon appetito!!

di Robin Roverati, foto di Alessio Mascia

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