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Il mio primo cinghiale

Era passato mezzogiorno da un’oretta e aspettavano solo noi, ormai erano tutti pronti per la seconda battuta. Era una giornata splendida, il vento soffiava leggero variando costantemente la sua direzione come sempre accade in Sardegna. Tutti in fila indiana ed in silenzio ci dirigevamo verso le poste mentre Chicco mi chiedeva sottovoce, ovviamente in sardo, se avevo sparato il cinghiale nella prima battuta,. – Non l’ho preso, mi è arrivato da dietro e mi ha preso alla sprovvista – gli dissi e continuai – ma anche la prima beccaccia che ho sparato non l’ho presa, ma, la seconda si! – lui mi rispose che allora in questa battuta il cinghiale lo avrei preso di sicuro. Non avevo però detto a Chicco che la terza beccaccia non l’avevo presa! Arrivai alla mia posta con Pietro, ero la penultima posta. – Il cinghiale ti esce là – indicandomi un buco nei cespugli alla mia sinistra – oppure di là – indicandomi un passo alla mia destra. – Ti deve venire ai piedi! – concluse, poi mi indicò l’angolo di tiro per essere sicuro che non accadessero incidenti e si avviò alla sua posta, che era sotto di me ad una ventina di metri, non di più. Pietro è molto attento alla sicurezza. Avevo un leggero praticello a sinistra, oltre il quale c’erano dei cespuglietti nei quali si creavano tre passi che convogliavano nel passo affianco a me. Quando Pietro mi aveva detto che il cinghiale mi sarebbe venuto ai piedi aveva proprio ragione! Il cinghiale sarebbe dovuto passare a meno di un metro da me, per poi scavalcare un muretto ed infilarsi nella macchia impedendomi così un eventuale tiro di ribattuta. Il passo poteva portare il cinghiale da me o da mio nonno, in entrambi i casi avevo il tiro sicuro. Mi posizionai sul muretto e caricai il fucile con una Remington a palla e nel serbatoio misi due Palla Maremmana. Aspettavo solo l’inizio.
Con gli occhi rivolti al cielo mi godevo la visione di qualche colombaccio che incurante mi sorvolava, quasi sapesse che non gli avrei sparato. Tordi veramente pochi. Il sole mi scaldava le spalle e mi stavo quasi addormentando quando sentii un canizza non troppo lontana. – Eccolo! Eccolo! – iniziarono ad urlare i canai. Lo avevano scovato. – Eccolo! Eccolo! – urlavano ancora più forte ed incitavano i cani, ed intanto la canizza avanzava. Venivano proprio verso di me! Mi venne il cuore in gola, sapevo che da un momento all’altro avrei sentito un galoppare nel bosco e che mi sarei dovuto preparare per il tiro. Come un cavallo al trotto passava dentro la macchia davanti a me, infrascandosi. Avevo la tensione a mille. Imbracciai il fucile e mi preparai, mirando nel buco alla mia sinistra. – Esce lì! – pensai ma mi sbagliavo. Il cinghiale fece una sterzata e puntò dritto verso il passo alla mia destra. Il galoppo aumentò e ad un tratto lo vidi uscire. Aspettai che la sagoma del cinghiale fosse ben definita e poi – BANG! -. Il cinghiale sparì dietro la grande roccia e non sapevo se lo avevo preso. Il cinghiale sbucò dalla roccia ad una velocità impressionante, mi prese in controtempo, e puntava verso mio nonno. – BANG! – riuscii a fare un tiro a blocco in mezzo ai cespugli che delimitavano il passo, ma il cinghiale non si fermò. – L’ho mancato… – pensai e poi sentii – BANG! -. Mio nonno lo aveva preso. Vidi il bossolo saltare dal suo fucile e il cinghiale che scalciava, ormai impotente. Tremavo. Avevo l’affanno e la velocità dell’azione mi aveva sconvolto. – Lo hai preso? – mi chiese Pietro. – No, mio nonno sì – risposi tornando in me ma con la testa stavo cercando di rivedere l’azione. Cercavo di riprendermi ma la delusione era tanta.

E pensare che stamattina alle sei e trenta non mi sarei mai sognato di sparare due cinghiali. Infatti ero venuto soltanto per filmare qualche bella azione di caccia al cinghiale visto che di colombacci e tordi non ce n’erano. Non so perchè ma misi comunque il mio porto d’armi nel borsello insieme alla videocamera. Andammo al raduno. – Ma il fucile non ce l’hai? – mi chiese uno. – No, oggi filmo e basta – risposi con il sorriso sulle labbra. – Peccato! Faceva comodo un’arma in più oggi, la battuta è grande – concluse. Continuammo a parlare di caccia finché mio padre mi chiamò al telefono e mi chiese – lo sai che la battuta è molto grande? Te lo porto il fucile? -. Eho, portalo! – risposi ormai consapevole di fare un favore a mio padre e a tutta la squadra. Mentre riflettevo su come era iniziata la giornata pensai che era comunque un giorno bellissimo, cercando di non pensare all’occasione persa. In quel momento sentii mio nonno muovere delle frasche e quando mi girai lo vidi chino che cercava qualcosa. Non feci in tempo a chiedergli cosa cercasse che andò verso il cinghiale abbattuto. Passarono poche decine di secondi e una fievole speranza si era ormai riaccesa in me. – L’ho preso? – pensai, cercando di capire che cosa stesse cercando mio nonno. – Sangue! – continuai – Il nonno si è accorto di qualcosa! -. Volevo iniziare a cercare delle tracce di sangue. Non feci in tempo a far nulla che mio nonno si affacciò dalle frasche e iniziò a farmi dei cenni con la mano. Indicava me e poi il cinghiale. Avevo capito. Gli feci l’ok e lui se ne tornò alla posta. Ora attendevo solo la fine della battuta per andare a controllare.
La battuta finì e Pietro venne alla mia posta. – Patata? – mi chiese sorridendo. Scaricai il fucile. – Forse – risposi con un ghigno ormai stampato in faccia. Mi diressi verso la posta di mio nonno dando un’occhiata veloce in terra per cercare qualche traccia di sangue. Niente! Arrivai da mio nonno con una curiosità indescrivibile. Il cinghiale era una bella scrofa di una cinquantina di chili e aveva un grosso foro sulla schiena.
– Il tiro del nonno – pensai. – Mi è arrivata come un missile! – disse mio nonno, simulando il tiro. – ma mi sono accorto che c’era un pezzo di interiora appeso ad una frasca – continuò – quindi il cinghiale è tuo Lele! – concluse. Aveva ragione. La mia seconda fucilata era entrata e uscita, trapassandogli l’intestino. La felicità mi avvolse. Mi fecero i complimenti e gli auguri. Momenti così belli sono difficili da descrivere, soprattutto se trascorsi con i parenti. Ci procurammo un asse in legno e, legato il cinghiale, lo caricammo e lo portammo sulla strada. La giornata era finita ed ero il ragazzo più felice della Sardegna.

di Daniele Dessì

Daniele Dessì

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