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Carabine o cannoni?

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benecchiwebQuest’anno la chiusura della caccia al cinghiale è stata caratterizzata da due episodi alquanto singolari: un spiacevolissimo, perché il mio Jagd Terrier è stato ferito gravemente da un grosso e scorbutico solengo, l’altro invece è riuscito a strapparmi un sorriso anche in un giorno poco felice come quello. Uno dei partecipanti alla battuta era armato con un fucile d’assalto inglese FAL L1 A1 calibro 7,62 Nato (alias 308 W), dotato di caricatore da venti colpi e di cannocchiale. Quando gli chiesi se, oltre a quella bellissima arma da caccia ne avesse avute anche altre,  rispose: “Certo! Ho una 300 Weatherby Magnum per la caccia di selezione al capriolo!” Siamo alle solite, pensai. Decisi di chiudere lì il discorso e defilarmi alla svelta, onde evitare di arrabbiarmi parecchio. Io presi il porto d’armi a sedici anni con la firma di mio padre quando già avevo una discreta esperienza di carabine ad aria compressa, di quelle calibro ventidue e dei fucili a canna liscia. La mia prima carabina da caccia me la regalarono  invece due anni dopo, in occasione della maturità. Era una Browning BAR modello Affut in calibro 270 Winchester, con la quale, oltre a farmi le ossa e ad abbatterci diversi cinghiali, ho definitivamente contratto la “febbre della caccia a palla” e la passione per l’arma rigata. Negli anni a venire, come le mie magre finanze lo permettevano, correvo subito a comperarmi una carabina nuova, non  perché ne avessi bisogno, ma  per il semplice e puro desiderio di possederla. A quei tempi ero giovane, focoso ed anche, ammettiamolo pure, abbastanza inesperto, così ero affascinato dalle munizioni potenti di grosso calibro, di quelle che facevano un gran botto, che ti demolivano la spalla per il loro rinculo e che demolivano ogni cosa trovassero sul loro cammino. Nell’ordine presi una carabina in calibro 7 mm Remington Magnum, una in 8 x 68 e addirittura un’altra in 375 Holland & Holland Magnum e poi, non ancora soddisfatto, sostituii la BAR 270 con una “più tosta” (a quei tempi m’illudevo che lo fosse!) in calibro 30.06. A cavallo degli anni settanta – ottanta la caccia di selezione era ancora lontana, né tanto meno avevo l’occasione di potermi recare a caccia all’estero, così i miei bei “cannoni” li usavo contro ogni forma di bersaglio solido come: alberi, pietre, vecchie rotaie, bombole del gas vuote (ma anche piene!) e recipienti colmi d’acqua. In Maremma sono stato uno tra i primi in assoluto ad utilizzare la carabina nella caccia al cinghiale in battuta, e un bel giorno presi anche un balestrone di daino, ma non potevo ancora definirmi certo un cacciatore a palla. Col passare degli anni il mio bagaglio balistico – venatorio, teorico – pratico andò sempre aumentando, facendomi venire qualche dubbio sulle reali potenzialità delle munizioni che utilizzavo, specialmente quando presi ad accompagnare i cacciatori di cinghiali, daini e mufloni nella riserva della “Vacchereccia”. Durante quelle numerosissime uscite mi sorprese la micidialità dei piccoli calibri come l’inutilità di quelli grossi. Ho visto daini enormi cadere fulminati colpiti da calibri come il 243 o il 6,5 x 57 R, come altri andarsene con due palle di 300 in corpo. Ho visto il 5,6 x 50 R Magnum abbattere pulitamente femmine, fusoni, caprioli e camosci come ho visto mufloni allontanarsi feriti anche se ben colpiti da un 7 mm Remington Magnum. Per non parlare poi di come atterra i cervi danubiani il 25.06. Un bel giorno mi regalarono una  carabina Remington modello 700 BDL in 243 Winchester e da allora tutto cambiò. Quel “piccolo” calibro rivoluzionò definitivamente le tutte mie vecchie convinzioni, convincendomi con i fatti che per i tipi di caccia che normalmente praticavo la sua potenza era più che sufficiente. Con il 243 Winchester ho abbattuto veramente moltissimi animali come: volpi, caprioli, daini, mufloni e cinghiali. Non l’ho mai usato contro il cervo, ma sono convinto che con la palla giusta riuscirei a tirarlo giù abbastanza facilmente. E pensare che quando i miei colleghi Selecontrollori toscani si sono visti includere nei loro piani di abbattimento anche il più nobile dei cervidi, molti cacciatori di mia conoscenza sono corsi in armeria a sostituire i loro 6,5, 270 e 7 mm con i vari 300, con l’ 8 x 68 e con il 338 WM! Un vecchio cacciatore una volta mi disse: “Per uccidere un grosso selvatico basta una fucilata, non una cannonata”. Come dargli torto? Specialmente io, che da quindici anni  caccio con successo il cinghiale con il 308 Winchester caricato con palle da 150 grani. Perché in un Paese come il nostro, dove il cervo è la specie cacciabile più grande e robusta, girano tante armi idonee ad un safari africano che magari non vedranno mai il Continente Nero? Ho ammesso apertamente che in “gioventù” anch’io ho subito il fascino dei grossi calibri, ma l’ho fatto quando con le carabine ci giocavo, mentre oggi, che a caccia ci vado sul serio e che ho acquisito una certa esperienza, mi sono definitivamente reso conto che le caratteristiche fondamentali di una carabina sono nell’ordine: precisione, potenza sufficiente, maneggevolezza e peso. Desidero sottolineare che sono un ragazzone di ottantacinque chili allenato e abbastanza in forma e che non ho nessuna difficoltà a mettermi in spalla un grosso verro e di trasportarlo per la macchia, ma cacciare con un fucile lungo, poco maneggevole e pesante mi da veramente fastidio. Trent’anni fa leggevo due sole riviste: Diana e una rivista che trattava di armi, di cui non ricordo il nome (credo che fosse Armi di ieri e di oggi) che  parlavano molto poco di caccia a palla. Non avevamo a disposizione delle belle riviste come la nostra, che si ripropone d’informare, sia i neofiti sia gli esperti, sulle novità tecniche con esaurienti prove e tante storie vissute. L’appassionato di allora, nello scegliere un calibro, un’arma, un’ottica o un’accessorio, doveva avvalersi soltanto dell’esperienza (alquanto interessata) dell’armiere che desiderava ardentemente venderglieli. In Maremma, quando ci fu l’avvento della canna rigata nella caccia in battuta, esplose la “Magnumania”. L’allora importatore della FN Browning, la Fusi & C., faceva degli ottimi affari con le carabine BAR in calibro 300 e 338 Winchester Magnum. Oggi quei vecchi e gloriosi “cimeli” si trovano a iosa sul mercato dell’usato perché, fortunatamente, col passare degli anni qualcuno le ha giustamente ritenute inadatte alla caccia al Re della Macchia, visto che un minuscolo 7,62 x 39 Russian è in grado di abbattere anche il più grosso e coriaceo dei verri maremmani. Io non ho nulla contro chi acquista e chi usa le carabine di grosso calibro per la caccia di selezione (dal 300 in su!), ma mi permetto di criticare chi si cimenta in tiri ai limiti dell’inverosimile e chi si vanta di “distruggere” il selvatico, e di gente così c’e né parecchia, credetemi. Una volta mi telefonò un “signore” che voleva venire a caccia di ungulati in una riserva dove collaboro. Gli risposi che non c’erano problemi e che potevo organizzargli il tutto, ma il “signore”, portavoce di un gruppo, mi chiese anche se era possibile effettuare dei tiri oltre i trecento metri, perché altrimenti lui e i suoi amici non si sarebbero divertiti! Nell’era del sintetico, degli acciai inox, del laser e degli accessori ipertecnologici, la caccia sta perdendo parecchio del suo fascino e moltissima della vecchia tradizione. Se cominciamo a considerare un selvatico alla stregua di un semplice bersaglio vivente, c’è d’abbandonare tutto e riconsiderare seriamente la nostra passione. A parte queste considerazioni personali, spesso mi sono permesso di confrontare la differenza che c’è tra le armi di piccolo e medio calibro da quelle di calibro grosso. Valutando onestamente i pro e i contro, i primi hanno sempre vinto la competizione, sia se usati in battuta sia se impiegati nella caccia di selezione e quella di montagna. Nella caccia in battuta le carabine di grosso calibro (dal 270 WSM in su) sono più pesanti, adottano delle canne più lunghe (che vanno a discapito del brandeggio, della maneggevolezza e del bilanciamento)  e il loro robusto rinculo non permette di replicare i colpi con celerità e con precisione. Nella caccia in montagna, dove è d’obbligo l’impiego di calibri potenti e radenti, un’arma di grosso calibro parte ancora svantaggiata. Non solo per le dimensioni (peso ed ingombro), ma anche perché il suo rinculo t’impedisce addirittura di vedere se il colpo è andato a segno o meno.Ci sarebbe d’andare a “Porta e Porta” per fare un dibattito, tra quelli che sono favorevoli alle carabine in grosso calibro per la caccia in Italia e quelli che ne sono contrari. Io faccio parte dell’ultima schiera, di quelli che preferiscono la carabina al cannone, ma chi invece fa parte della prima, lo prego di sopportare il mio sfogo e di rimanere amici come prima. 

                                                                    

Marco  Benecchi             

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1 Comment

  1. Stefano ha detto:

    Complimenti per l’articolo e soprattutto la filosofia personale. Domanda da neofita: riterresti il 308 adatto anche al cervo?

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